Programmazione Aprile - Maggio 2010

Aprile 2010
Martedì 13 aprile 2010 h. 21,00
Vado, sala biblioteca comunale
Diverso da chi? di Umberto Carteni, Italia, 2008
Rassegna: Uguali/Diversi

Giovedì 22 aprile 2010 h. 21,00
Monzuno, sala biblioteca comunale
L’onda(Die welle) di Dennis Gansel,Germania 2008
Rassegna: Tempi Moderni

Maggio 2010
Martedì 4 maggio 2010 h. 21,00
Vado, sala biblioteca comunale
Irina Palm di Sam Garbarsky, GB/GER/FR,ITA 2007
Rassegna: Mimosa forever

Giovedì 20 maggio 2010 h. 21,00
Monzuno, sala biblioteca comunale
The Hurt Locker di Kathryn Bigelow,USA 2008
Rassegna: Tempi Moderni

L'Inverno 2010 non ama il cinema....

Cari Soci,
poche righe per rafforzare lo spirito cinefilo che ci anima.
Questa stagione invernale ci ha severamente punito con nevicate ad hoc nelle date previste per le nostre proiezioni...
Cercheremo di recuperare, almeno le produzioni che noi giudichiamo "da non perdere".
Non perdiamoci di vista.
Ci sono novità in arrivo....
Arrivederci a presto
Programmazione invernale
Riproponiamo alcuni film che non sono stati proiettati per maltempo
Febbraio 2010

Giovedì 11 febbraio 2010 h. 21,00
Vado, sala biblioteca comunale

IRINA PALM di Sam Garbarsky
Lussemburgo, Belgio, GB, GR, FR, Italia, 2007
Rassegna: Mimosa forever

Giovedì 25 febbraio 2010 h. 21,00
Monzuno, sala biblioteca comunale

FROZEN RIVER (Fiume di ghiaccio) di Courtney Hunt
USA 2007
Rassegna: Mimosa forever

Marzo 2010
Martedì 9 marzo 2010 h. 21,00
Vado, sala biblioteca comunale

LE DONNE VERE HANNO LE CURVE
(Real woman have curves)
di Patricia Cardoso
USA 2002
Rassegna: Mimosa forever


Lunedì 22 marzo 2010 h. 21,00;
Monzuno, sala biblioteca comunale

ANGELA di Roberta Torre
Italia 2002
Rassegna: Mimosa forever

Tutti battiti del mio cuore
(De battre mon coeur s'est arreté)
di Jacques Audiard
Francia 2005
Con Romain Duris, Aure Atika, Emanuelle Devos, Niels Arestrup, Jonathan Zaccai.

Metronomo

Tom ascolta pop-elettronico mentre le sue mani si muovono con naturale frenesia al ritmo degli studi di musica classica che sta preparando per un’audizione.
Ogni rumore diventa impercettibile, la dimensione è ovattata: esiste solo l’essenza della Musica, quella che ti attanaglia senza via di scampo e ti attrae e spinge sempre più in fondo nel suo vortice di affascinante seduzione.
Mani violente si sciolgono in movenze dolci e carezzevoli nei confronti di quei dannati tasti di pianoforte che permettono ad un pianista di mettersi in contatto con la musica, quel tramite incantato che se da un lato non potrai fare a meno di amare alla follia, dall’altro sarà l’oggetto al quale griderai mille volte la tua rabbia per quella scala che mette in difficoltà la tua mano, per quel fastidio provocato dall’eccessiva sollecitazione e studio, per quel tendine sotto tensione che sei consapevole tra poco ti tradirà.
TUTTI I BATTITI DEL MIO CUORE si insinua nei rapporti fra una persona e il mondo, fra una persona e la musica, fra la musica e il mondo: le combinazioni infinite dei rapporti interpersonali si fondono e si articolano nel corso della vicenda in una storia dall’evoluzione placida e meticolosa, come lo studio di una rapsodia o di una sinfonia. Costante e testardo, il protagonista vede cozzare in sé e nel mondo che lo circonda gli opposti che mantengono vivo il mondo, comprendendone il ruolo inevitabile ma non rassegnandosi ad una sua sottomissione.
Tom vive d’istinto, di sensazioni tattili, afferra la sua vita a ritmo di musica, si tratti di quella che lo accompagna nelle pulsanti traversate in auto attraverso la città notturna colorata delle luci al neon o di quella che lo culla nei momenti di studio, nei quali faccia a faccia con uno spartito, affronta il passato, il presente e il futuro affidandosi a quelle singole frasi, a quei singoli respiri per scollegarsi dal mondo che lo circonda per concentrarsi esclusivamente sul suono, sulla tecnica, sulla forma, sullo stile.
Virgilio nella selva di arpeggi e accordi è in questo caso una guida le cui parole incomprensibili e perentorie danno corpo e forma al rigore musicale, alla ferrea disciplina che si cela dietro l’esecuzione, alla determinazione che ad un occhio esterno può apparire snervante e che in realtà è l’unico mezzo per entrare totalmente in contatto con la musica: è quindi nei consigli in cinese enfatizzati da gesti e sguardi che Tom si riavvicina alla filosofia della disciplina dei musicisti, di chiunque riesca a chiudere i propri occhi e ritrovare dietro le proprie pupille file e file di crome e biscrome e riesca a sentir risuonare nelle proprie orecchie melodie e accompagnamenti.
L’elemento umano si attorciglia al filo rosso della musica, realistico schiaffo all’universo trasognato e meraviglioso del cosmo dei suoni: il dramma quotidiano, la violenza, la brutalità riporta l’intera dimensione filmica al grigiore macchiato di sangue delle occupazioni degli stabili e degli sgomberi, delle perdite di denaro, del tradimento delle amicizie, dei furti, delle minacce, delle vendette, degli omicidi.
La sintesi del percorso del film di Audiard è insita in una delle sequenze visivamente più coinvolgenti: Tom, che come qualunque musicista si tiene lontano da tutto ciò che può danneggiare l’esecuzione, osserva le proprie mani ferite ed insanguinate.
La magia della musica si dovrebbe spegnere qui, nella “dissacrazione” delle mani di un pianista: ma non è così.
Si continua a suonare, si continua a viaggiare lungo gli infiniti e dolorosi binari della musica.
Come sempre è stato e sempre sarà.

Priscilla Caporro
www.spietati.it

rassegna Vita & Musica

Non desiderare la donna d’altri
(Brode/Brothers) di Susanne Bier
Danimarca 2004

Con Conie Nielsen, Ulrich Thomsen, Nicolaj Lie Kaas, Bent Mejding, Sarah Juel Werner.


Questa volta la traduzione italiana del titolo di un film straniero (danese, vincitore del Premio del Pubblico al Sundance Festival 2005 e apprezzato al Festival di San Sebastian nel 2004) suona meglio dell’originale.
Peccato solo che, pur di stimolare la curiosità del pubblico, finisca col tradire il significato dell’opera.
Non desiderare la donna d'altri (in originale "Brødre", letteralmente "Fratelli"), è la storia comune (non nel senso di banale ma “che accomuna”) di Michael - militare di carriera, preferito dal padre, bella moglie, due figlie, una casa nuova - e Jannik, secondogenito buono a nulla, una condanna sulle spalle, nessun buon proposito nel cassetto.
Scritto da Anders Thomas Jensen ma diretta e “ideata” da Susanne Bier, quest’opera forte e a tratti violenta colpisce per l’abilità con la quale la regista ha saputo mescolare le atrocità della guerra alla delicatezza e alle sfumature sottili dell’animo umano, rapporti d’amore compresi.
Il primo personaggio ad esserci presentato, con tutte le caratteristiche del suo ruolo, è Michael (Ulrich Thomsen), il fratello “buono” comandato a partecipare ad una missione in Afghanistan con le truppe delle Nazioni Unite.
Jannik (Nikolaj Lie Kaas), il cattivo, è appena uscito di prigione.
Tra i due fratelli corre buon sangue e l’atmosfera in casa è tutto sommato serena anche se il padre dei due manifesta spesso il proprio disappunto nei confronti del figlio minore.
A tavola, durante la cena che precede la partenza di Michael, si parla del valore della guerra e della disciplina militare. Jannik, le cui posizioni non concordano con quelle di famiglia, si trova a discutere con Sarah (Connie Nielsen), moglie bella e perfetta del fratello.

Poi la partenza e la tragedia: l’elicottero su cui viaggia Michael precipita. L’uomo è dato per morto.
Seguiamo il suo funerale e la reazione della famiglia, scopriamo che Jannik non è un mostro e che la bella Sarah ha anche lei le sue debolezze.
Parallelamente Michael, che è sopravvissuto ma è stato fatto prigioniero, è sottoposto a prove estreme che lo cambieranno per sempre.
I vecchi equilibri sono saltati, le certezze annullate.
Poi il ritorno dell’eroe e di nuovo il misurarsi con una realtà in continua mutazione, alterata da sentimenti, comportamenti e umori, fragilissimi, dei protagonisti.
Sono in realtà i caratteri dei due fratelli ad essere messi sotto la lente di ingrandimento da una regista che si dimostra ancora una volta (dopo l’esperienza dogma di Open Hearts) attenta e capace.
"Trovo affascinante", ha detto la Bier, "raccontare come il quotidiano possa essere bruscamente interrotto da eventi casuali, talvolta brutali, e come ci si possa relazionare a essi e ai cambiamenti che questi provocano".
La trama in sé non risulta particolarmente originale (e non possiamo addentrarci di più nei dettagli senza svelare aspetti che toglierebbero suspense alla visione), ma i personaggi vengono così ben caratterizzati che riusciamo a partecipare alle loro sofferenze interiori e finalmente, come accade sempre più di rado, è il finale a dare valore al film.
Ben scritto e interpretato, commuove per sottrazione.
Emozione con naturalezza.
Come ha avuto modo di dire la regista: "il mio obiettivo è indagare la realtà e trovarvi spunti di speranza, affermare la possibilità della vita sulla morte. Perché quanto difficile possa essere, non si può prescindere dagli aspetti leggeri e gioiosi della vita: è questa capacità a renderci umani".
L'uso della camera a mano, differentemente dall'abuso spesso ingiustificato a cui si assiste in questi ultimi anni, accompagna e sostiene sia i momenti tragici che quelli più delicati.
La buona riuscita del film è dovuta anche all'interpretazione dei due affermati attori danesi Ulrich Thomsen e Nikolaj Lie Kaas, apprezzati anche come attori teatrali; accanto a loro, al suo primo film nella terra patria e nella lingua natia dopo le avventure hollywoodiane (la Lucilla de Il Gladiatore e il Capitano Osborne di Basic), un'affascinante Connie Nielsen, che deve abbandonare le pose statuarie per affrontare toni più drammatici.

Claudia Russo
www.offscreen.it

rassegna Mimosa Forever

Frozen River – Fiume di ghiaccio
Italia 2002
di Courtney Hunt. Con Melissa Leo, Misty Upham, Charlie Mc Dermott, Mark Boone jr., Michael O’Keefe, Jay Klaitz, Bernie Littlewolf, Dylan Carusona.

Confine tra lo Stato di New York e il Quebec, pochi giorni prima del Natale. Ray è stata abbandonata dal marito senza denaro e con due figli, uno di 15 e uno di 5 anni. La famiglia stava per realizzare il sogno di una nuova casa prefabbricata che sostituisse quella in progressivo degrado in cui i suoi componenti abitano.
Un giorno Ray conosce Lila Littlewolf, una giovane donna appartenente alla comunità Mohawk che vive sulle rive del fiume San Lorenzo che, ghiacciandosi in inverno, diviene una strada percorsa per far entrare clandestini negli Stati Uniti. Lila appartiene al giro e Ray finisce con l'affiancarla.
Courtney Hunt, alla sua opera prima come regista e come sceneggiatrice, non solo ha avuto una nomination all'Oscar ma ha portato fortuna alla sua attrice protagonista Melissa Leo (anch'essa presente agli Oscar nella cinquina delle migliori attrici e vincitrice di una serie di premi in altre manifestazioni).
Avendo ottenuto il Premio della Giuria al Sundance, Frozen River entra a buon diritto nell'ambito di quel cinema indipendente americano che ancora esiste ed è capace di sfuggire alle sirene del mainstream.
Si potrebbe, a un primo sguardo, accusarlo di idealizzare le condizioni umane che va a narrare. I nativi vivono di illegalità ma sono in fondo di buon cuore, i meno abbienti nutrono sentimenti nobili e via elencando…
Ma non è così perché questo è un film che spinge lo spettatore ad andare oltre la prima impressione. Raccontando dell'incontro di due donne provate dalla vita, scava nel senso di responsabilità nei confronti dei figli inserendo il tema in un contesto che il cinema made in Usa ci ha abituato a veder rappresentato in altri climi. Il traffico di clandestini è quasi sempre legato alla frontiera con il Messico. Il ritrovarlo sullo schermo nel gelido nord modifica le coordinate della percezione, non solo visiva.
Le algide contrattazioni rendono ancor più concretamente tragica (quasi fossimo in un film dei Coen) la dimensione della sopravvivenza ottenuta al prezzo dello sfruttamento di altri esseri umani.
Hunt però, in un film in cui i confini marcano la loro incombenza non solo tra gli Stati e le Riserve ma anche tra le persone, sa scrutare nel profondo dell'animo umano. Il suo sguardo è rivolto verso un sentire che accende in due donne, distanti per cultura e origini, il progressivo calore di un tentativo di solidarietà.

Giancarlo Zappoli
www.mymovies.it

"Cartellazzi stradali verdi con scritte bianche Land of Mohawk, benzinai scalcagnati, drugstore sgangherati, prefabbricati dalle grondaie arrugginite al posto di case e un fiume ghiacciato.
'Frozen River', regia di Courtney Hunt, è collocato e diluito in mezzo a questi elementi d'ambiente che lo sorreggono e arricchiscono di suggestioni visive.
Campi lunghissimi per almeno venti-trenta minuti di film che amplificano l'allontanamento, l'essere sui generis del luogo.
Il fiume ghiacciato, infatti, è pista, percorso provvisorio e clandestino che collega Canada, stato del Quebec, e lo stato americano di New York.
Tragitto abusivo, improvvisato e rischioso attraverso il quale lavoratori stranieri, o non statunitensi, entrano illegalmente negli Stati Uniti. (...)
La macchina da presa della quarantaquattrenne Courtney Hunt, alla sua opera prima, è lievemente indecisa su come gestire la vicinanza fisica del mezzo ai protagonisti, proprio dopo aver deciso che il paesaggio deve fare significativamente pari e patta con corpi e visi.
Ne risulta un film esteticamente ancora di scarsa chiarezza ed esperienza sorretto però da una certa concretezza nell'imporre ritmo sincopato al racconto e da uno script ricco di spunti a raggiera: i vari casi dei clandestini mai trattati in crescendo o rendendoli retoricamente emblematici, lo spigoloso rapporto di Ray con il figlio più grande, quella sorta di autismo fastidioso di Lila.
E poi c'è il tema dell'immigrazione clandestina: forte, intenso, penetrante che non può lasciare indifferenti.
Melissa Leo, bella faccia segnata e fisico tonico, è sempre stata un'onesta figurante fino all'exploit di 'Frozen River'."

Davide Turrini
'Liberazione', 20 febbraio 2009

rassegna Mimosa forever

Irina Palm USA 1986
di Sam Garbarsky. Con Marianne Faithfull, Miki Manojlovic, Kevin Bishop, Dorka Gryllus, Jenny Agutter, Corey Burke.

La linea di confine
Maggie è una nonna per bene, nonostante a Soho si trasformi in Irina Palm e sia la maga del sesso manuale. Maggie mantiene la sua aria da dignitosa e rispettabile signora di provincia anche mentre viene illuminata dal neon delle insegne dei locali notturni, o mentre si accinge a lavorare in uno dei club a luci rosse che animano il buio confusionario di Londra. Irina Palm non esiste. Irina Palm è un mezzo che consente a Maggie di provare a vedere realizzato il suo sogno: la guarigione di quel nipotino da tempo malato, la speranza di poter cogliere una scintilla di salute nello sguardo dolce e indebolito dalla malattia di quel bimbo al quale è così strettamente legata. Non c’è volgarità nei gesti di Maggie, non c’è nulla di scabroso nella sua scelta: masturbare i clienti del sexy club dove lavora è solo un metodo come un altro per procacciarsi denaro e nulla è eccessivo quando c’è in ballo la vita di un bambino. Garbarski parla di amore e lo fa affrontando il sentimento più pulito possibile: quello che lega una donna al proprio nipote. Se la nonna dolce ed affettuosa de Le Temps qui reste era destinataria di confessioni da sussurrare, qui Maggie promette al nipotino di rivelargli la verità solo una volta cresciuto, preservandolo da un segreto difficile da svelare e soprattutto proteggendolo dall’incomprensione. Il bigottismo spesso imperante viene spazzato via con decisione da una sceneggiatura tanto esile quanto ferma nel ribadire la moralità delle scelte della protagonista. “Eticamente accettabile” non è chiudersi dietro alle barriere dell’ipocrisia (l’amica scandalizzata, che però in passato non si era fatta scrupolo nel portare avanti una relazione con il marito di una delle sue più care “compagne di tè”) quanto aprirsi a qualunque possibilità, anche quando si è costretti a tirare in ballo tutti i propri valori e le proprie certezze. Maggie non è orgogliosa del suo lavoro di masturbatrice, ma va giustamente fiera del suo impegno nel salvare il proprio nipote: la prostituzione delle proprie mani è semplicemente parte integrante di un percorso che porta all’esaltazione del sentimento a discapito di qualsiasi altro agente esterno. La stessa vergogna che la donna prova nei primi giorni di lavoro, quando teme che la sua attività “illecita” possa essere scoperta dai suoi concittadini e dalle sue amiche si dissolve a poco a poco, mitigata dalla consapevolezza della normalità delle situazioni che si ritrova ad affrontare e dell’umanità che la circonda (la collega ragazza madre, il boss dai modi duri che nasconde le sue fragilità e la sua tenerezza). La famosa scelta fra essere e apparire, inflazionata al cinema ma anche e soprattutto altrove, trova nel film di Garbarski una nuova (ma certamente non innovativa) declinazione. Irina Palm non è una pellicola che sbriciola le recinzioni del qualunquismo, ma cerca quanto meno di aprirsi un varco con l’originalità di una vicenda che appare incredibilmente sincera. Non c’è ironia nelle vicissitudini narrate né comicità spicciola: il sorriso, leggero e soprattutto amaro, nasce dalla consapevolezza di una realtà difficile da accettare, che non viene imposta come moralmente ortodossa ma alla quale viene dato il compito di incentivare il desiderio di riflessione. La vita della famiglia di Maggie, già debilitata dalla malattia del bambino, è ulteriormente scossa dall’imprevedibilità della scelta della donna: perché i soldi non danno la felicità, ma sicuramente aiutano a raggiungerla. Indubbiamente poi Garbarski ingarbuglia le carte, cerca la svolta sentimentale in un amore dolce e casto ambientato in locale a luci rosse e ripiega un po’ troppo sul lieto fine: ciò non toglie che Irina Palm (le cui sottili riflessioni richiamano vagamente la sensibilità almodovariana) riesca con garbo ad affrontare un tema “scomodo” (o presunto tale) annientando ogni spunto “trasgressivo” e anzi colorando di soave naturalezza una situazione complessa e tortuosa. Mentre il dramma viene insonorizzato dalla leggiadria della commedia, si spande nell’aria il martellante battito della musica sulla quale si avvitano le ballerine di lap-dance, rumore che si mischia ai gemiti dei clienti di un sexy club. Nella mente di Maggie però non c’è spazio per la volgarità. Un vasetto di fiori sul tavolo di lavoro, un quadruccio appeso alla parete che la separa dagli uomini che “aiuta” e un sorriso stampato negli occhi: quello di suo nipote.

Priscilla Caporro
pubbl. 13-12-2007

www.spietati.it

rassegna Mimosa forever